Funzionamento udito

Ascolto selettivo: il nostro filtro del rumore

ascolto selettivo
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Vi è mai capitato di essere in un ambiente molto affollato e rumoroso, riuscendo, tuttavia, a distinguere la voce del vostro interlocutore in mezzo al frastuono? Ebbene, se ci riuscite è grazie a una particolare capacità del nostro cervello di praticare un ascolto selettivo, il cosiddetto effetto cocktail party.

Ma in che modo il nostro cervello filtra i suoni provenienti dall’esterno?

La nostra mente è in grado di concentrarsi su un suono in particolare, isolando tutti gli altri: è ciò che capita di frequente quando siamo a una festa e chiacchieriamo con un amico, senza prestare attenzione a tutti gli altri suoni che ci sono intorno.

Si chiama ascolto selettivo (o effetto cocktail party) ed è possibile perché alcune zone cerebrali connesse all’elaborazione del suono e alla comprensione del linguaggio si attivano quando riconoscono una voce, un timbro, delle parole su cui abbiamo scelto di focalizzare la nostra attenzione.

In altre parole, anche se le nostre orecchie percepiscono tutti i rumori provenienti dall’ambiente – trasferendoli al cervello che li trasforma in impulsi elettrici-, questi ultimi iniziano a distribuirsi in differenti aree cerebrali prima di arrivare alla corteccia uditiva. Solo alcuni, infatti, raggiungono le regioni coinvolte nel controllo dell’attenzione e nell’elaborazione del linguaggio.

Occorre precisare, però, che l’ascolto selettivo non è una dote permanente nell’essere umano: con gli anni la nostra capacità di concentrazione sui suoni che ci interessano tende a indebolirsi, ed è questo il motivo per cui per gli anziani lo sforzo di un ascolto selettivo all’interno di ambienti particolarmente rumorosi è maggiore.

Non si tratta, in realtà (come è facile pensare), di un abbassamento dell’udito, quanto piuttosto di una diminuzione delle capacità di attenzione; esistono, non a caso, degli esercizi cognitivi sviluppati proprio allo scopo di ritardare questo processo.

Ad ogni modo, ulteriori approfondimenti e ricerche accademiche sull’effetto cocktail party sono auspicabili, in quanto questa capacità del nostro cervello di selezionare i suoni percepiti potrebbe avere utili applicazioni nello studio dell’autismo, dei deficit di attenzione e di apprendimento del linguaggio; oltre che nello sviluppo di tecnologie di riconoscimento vocale più sofisticate di quelle attualmente in uso sui nostri dispositivi

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